Classificazione delle armi da sparo

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Lo scopo di queste righe è sintetizzare questioni già più volte affrontate per cercare di chiarire le differenze tra armi comuni, armi sportive ed armi da caccia, agevolando l’appassionato nei rapporti con i vari “Uffici Armi” di Commissariati e Carabinieri che spesso prendono atteggiamenti originali, non sempre aderenti al disposto legislativo.

In generale si può definire “arma” ogni strumento la cui destinazione naturale è l’offesa alla persona. Qui però non si parlerà di armi diverse da quelle da sparo e, tra queste ci occuperemo solo delle armi comuni da sparo, quelle che il cittadino, munito di idoneo titolo, può acquistare, denunciare e detenere.

Tra queste non rientrano quindi le armi da guerra o tipo guerra e le relative munizioni, per la cui definizione rinviamo all’art. 1 legge 110/75. Il successivo articolo 2 della legge citata si intitola, appunto Armi e munizioni comuni da sparo e dice che, sono armi comuni da sparo:

  • i fucili anche semiautomatici con una o più canne ad anima liscia;
  • i fucili con due canne ad anima rigata, a caricamento successivo con Azione manuale;
  • i fucili con due o tre canne miste, ad anime lisce o rigate, a caricamento successivo con azione manuale;
  • i fucili, le carabine ed i moschetti ad una Canna ad anima rigata, anche se predisposti per il funzionamento semiautomatico;
  • i fucili e le carabine che impiegano munizioni a Percussione Anulare, purché non a funzionamento automatico;
  • le rivoltelle a rotazione;
  • le pistole a funzionamento semiautomatico;
  • le repliche di armi antiche ad Avancarica di modelli anteriori al 1890, fatta eccezione per quelle a colpo singolo

Sono altresì armi comuni da sparo i fucili e le carabine che, pur potendosi prestare all'utilizzazione del munizionamento da guerra, presentino specifiche caratteristiche per l'effettivo impiego per uso di caccia o sportivo, abbiano limitato volume di fuoco e siano destinate ad utilizzare munizioni di tipo diverso da quelle militari.

Sono infine considerate armi comuni da sparo quelle denominate "da bersaglio da sala", o ad emissione di gas, nonché le armi ad aria compressa o gas compressi, sia lunghe sia corte i cui proiettili erogano un'energia cinetica superiore a 7,5 joule , e gli strumenti lanciarazzi, salvo che si tratti di armi destinate alla pesca ovvero di armi e strumenti per i quali la commissione consultiva di cui all'articolo 6 escluda, in relazione alle rispettive caratteristiche, l'attitudine a recare offesa alla persona. Il successivo articolo 7 della stessa legge 110/75 è intitolato: Catalogo nazionale delle armi comuni da sparo e enuncia che è istituito presso il Ministero dell'interno il catalogo nazionale delle armi comuni da sparo, con esclusione dei fucili da caccia ad anima liscia e delle repliche di armi ad avancarica, delle quali è ammessa la produzione o l'importazione definitiva.

L'iscrizione dell'arma nel catalogo costituisce accertamento definitivo della qualità di arma comune da sparo. Nel catalogo sono indicati: il numero progressivo d'iscrizione; la descrizione dell'arma e il Calibro; il produttore o l'importatore; lo Stato in cui l'arma è prodotta o dal quale è importata.

Si può quindi affermare che:

  • quando un’arma è catalogata è sicuramente comune;
  • quando un’arma è stata catalogata come comune tale accertamento è definitivo quindi non può (vigente la legislazione attuale) venire riclassificata quale arma da guerra;
  • il catalogo non si occupa di dire quali, tra le armi comuni, siano “da caccia”.

L’esigenza di definire quali armi comuni siano anche “sportive” o “da caccia” deriva dal successivo art. 10 della più volte citata legge 110/75 che limita la detenzione di armi comuni da sparo al numero di tre per le armi comuni da sparo e di sei per le armi di uso sportivo e, per le armi da caccia rinvia al disposto dell'articolo 37, comma 2, della legge 11 febbraio 1992, n. 157 che non pone alcun limite numerico alla detenzione delle armi da caccia (prima di tale legge, il limite era di sei, come per le armi ad uso sportivo).

Mentre l’identificazione delle armi di uso sportivo non pone particolari difficoltà dato che tale qualifica (ex art. 2 della legge 25 marzo 1986 n. 85) viene formalmente riconosciuta a richiesta del fabbricante o dell’importatore, dal Ministero dell’Interno ed il relativo elenco viene annesso al Catalogo Nazionale delle armi comuni da sparo quindi, facendo riferimento alla catalogazione, si può identificare l’appartenenza dell’arma alla categoria “sportiva” per identificare l’arma da caccia occorre fare riferimento anzitutto all’art. 13 della legge 157/92 che così dispone che l'attività venatoria è consentita con l'uso del Fucile con canna ad anima liscia fino a due colpi, a ripetizione e semiautomatico, con Caricatore contenente non più di due cartucce, di calibro non superiore al 12, nonché con fucile con canna ad anima rigata a caricamento singolo manuale o a ripetizione semiautomatica di calibro non inferiore a millimetri 5,6 con Bossolo a vuoto di altezza non inferiore a millimetri 40.

Da quanto sopra deriva che:

  • le pistole non potranno mai essere considerate armi da caccia;
  • i fucili ad anima liscia di calibro superiore al 12 non potranno mai essere considerati armi da caccia
  • tutti i fucili ad anima liscia di calibro uguale od inferiore al 12 sono sicuramente da caccia.

Per le armi a canna rigata, una circolare (Circolare 6 maggio 1997, n° 559/C-50.065-E-97, avente per oggetto: Calibri per armi a canna rigata utilizzabili per caccia.) aveva stabilito che i requisiti del calibro non inferiore a mm. 5,6 e del bossolo non inferiore a 40 mm. sono tra loro alternativi, circostanza confermata nei lavori preparatori della legge 157/92.

Sembrava tutto chiaro ma, quelli che hanno creato più problemi pratici agli appassionati ultimamente sono proprio i fucili a canna rigata, per un certo irrigidimento delle Autorità che hanno deciso, “contra legem” di cercare di inventarsi delle limitazioni soprattutto alla detenzione di carabine in calibro da pistola (ed alla conseguente detenzione di 1500 cartucce in calibro da pistola come “cartucce da caccia a palla”).

Tale atteggiamento si è evidenziato mediante l’eliminazione dal sito della Polizia di Stato della dizione “adatta all’uso per caccia” che corredava alcune armi del tipo sopra indicato e addirittura sul fatto che un'arma sia o meno da caccia, secondo il nostro diritto (art. 13 L. 157/92). Come abbiamo visto, però, la definizione di arma da caccia è data dalla legge ed il Ministero non ha alcuna competenza a definire un'arma come da caccia o meno. Invece la Direzione del Catalogo ha anche scritto che la circolare del ministero del 6 maggio 1997, in cui si poneva fine ai dubbi sulla interpretazione della legge sarebbe un atto “amministrativo contra legem”, che numerose questure non l'accetterebbero più “perché in palese violazione della legge” e che per questo stavano rivedendo le informazioni sul sito. Tutto questo ad onta di decenni di opposta interpretazione delle legge 157/92 e del fatto che il direttore del catalogo ha il compito di registrare le catalogazioni delle armi e non può occuparsi di problemi che esorbitano il suo compito.
Oggi la questione dovrebbe essere in buona parte rientrata Il sito della PS ha precisato esattamente i termini della questione.

A chi gli chiedeva perché nel catalogo non figurasse più la dicitura "armi da caccia ha risposto (Domanda FAQ 106) quanto segue.

Risposta: Non si tratta di un errore. L’ufficio del Catalogo, avvalendosi del parere espresso dalla Commissione Consultiva Centrale per il Controllo delle Armi, ha il solo dovere di stabilire se un’arma può essere definita come comune e, quindi, come tale inserita nell’apposito Catalogo, oppure rientra tra quelle da guerra o tipo guerra, per le quali l’iscrizione viene, ovviamente, rifiutata. Compito del predetto Ufficio è, altresì, quello di attribuire ad un’arma, a seguito di apposita istanza del fabbricante o dell’importatore, laddove il parere espresso dal CONI sia favorevole, la qualifica di “arma sportiva”, ai sensi della legge 25.3.1985, nr. 86. Tale qualifica figura anche al Catalogo. Non compete, invece, al Ministero dell’Interno indicare se un’arma rientra o no tra quelle consentite per l’esercizio dell’attività venatoria, perché esiste un’apposita norma deputata a farlo, l’art. 13 della legge 157/92. Pertanto, un’arma che viene oggi catalogata comune, tale è destinata a rimanere, mentre non è detto che essa sia sempre da caccia, perché il testo della citata norma potrebbe anche subire delle modifiche. Ecco perché l’Ufficio Catalogo non indica, in sede di iscrizione del modello dell’arma al Catalogo Nazionale, se essa rientra tra quelle destinate all’attività venatoria.

Raccomando quindi di opporsi decisamente alla pretesa di qualche Ufficio Armi di considerare la vostra Carabina in 9x21 o in 7,62x39 arma non da caccia che occupa un posto nelle tre comuni detenibili.

Più fondata, a mio avviso, l’opposizione alla possibilità di detenere 1.500 cartucce in calibro da pistola quando si detiene una carabina del medesimo calibro. Trattasi di Cartuccia originariamente progettata per arma corta, la cui natura non cambia perché esiste una carabina del medesimo calibro e che sarebbe sicuramente destinata al “fucile da caccia” solo da chi non detiene una corta di pari calibro.

Se, quindi, l’Ufficio Armi passa una denuncia di 1500 colpi da pistola come “da caccia” ben venga. Se nega tale possibilità meglio abbozzare e fare la licenza di detenzione.

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