| Training on Combat |
| Scritto da pierpu |
| Martedì 09 Marzo 2010 11:25 |
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AVVISO IMPORTANTE: le informazioni che seguono si intendono fornite solo per uso accademico/teorico. L’Autore del presente lavoro e l’Amministrazione del sito ospitante declinano ogni responsabilità per qualsiasi danno che possa derivare dall’abuso o errata esecuzione di quanto di seguito illustrato, poiché le tecniche seguenti sono tutte attività ad alto rischio, che possono comportare incidenti anche mortali. Allenatevi alla loro messa in opera solo dopo essere certi di aver ben compreso le giuste procedure: in caso dubbio non rischiate ma domandate all’Autore. Ricordate che voi siete personalmente responsabili di imparare l’uso e le misure di sicurezza relative a tali tecniche e che voi unicamente vi assumente completamente tutti i rischi e le responsabilità per ogni danno, ferita o anche morte che possa derivare a voi o a terzi per l’errato utilizzo di ogni tecnica di seguito illustrata. Se non siete pronti ad assumervi tali rischi e responsabilità evitate di utilizzare queste procedure. Quello che infatti ci viene proposto è quasi sempre uno scenario in cui siamo noi e il o i bersagli: oggetti in cartoncino appesi alla stecca di legno, che stanno lì, immobili ed ai nostri comodi. Nella realtà ovviamente tutti sappiamo che non sarebbe così: avremo uno o più bersagli armati che, probabilmente muovendosi, cercheranno di sopraffarci disarmandoci, aggredendoci o sparandoci.
Il sottoscritto quindi si è munito di un pulsiossimetro (strumento medico che rileva il tasso di ossigeno nel sangue e frequenza cardiaca) ed ha effettuato alcuni esercizi di tiro difensivo (diciamo così) per osservare quelle che potessero essere le alterazioni metaboliche prima e dopo il loro svolgimento. Alcune premesse: l’esperimento non ha ovviamente pretese di scientificità né di completezza, anzi dico fin da ora che vorrò svolgere ulteriori prove con altre premesse ambientali e situazionali proprio per vedere meglio come stanno le cose. Però già alcuni interessanti risultati e spunti di riflessione emergono da questa prima tornata di prove. GLI ESERCIZISecondo gli studi di Grossman un aumento del ritmo cardiaco, come generato dall’aumento di stress e paura determina le seguenti alterazioni (**).
In una parola uno scadimento delle normali funzioni corporee all’aumentare della frequenza cardiaca: più si ha paura, più il cuore batte rapidamente, più batte rapidamente più noi regrediamo sotto il profilo comportamentale, passando da uno stato di quiete/rilassatezza dei 80-100 battiti (colore bianco) al totale scadimento di ogni nostra capacità mentale e materiale >175 bpm -battiti per minuto- tipico dello stato color nero. E in questo stato maneggiare un’arma è un pasticcio. Gli esercizi che ho quindi effettuato oggi e che sono illustrati dal seguente schema, sotto stati svolti rilevando (attraverso lo strumento pulsiossimetrico OHMEDA ID 330-09) il battito cardiaco prima dell’esercizio e dopo l’esercizio, sparando sempre due caricatori da 13 colpi (e quindi con cambio d’emergenza del caricatore in movimento per simulare la necessità di allontanarsi dall’aggresssore posto dai 2 ai 4 mt. da me, secondo una prospettiva di distanze statistiche medie di difesa). Ogni rilevazione dopo l’esercizio è stata fatta subito e respirando lentamente, per cercare di riportare l’organismo allo stato di quiete. Il freddo ambientale mi ha intirizzito le mani sin dall’inizio, stato fisico che ho voluto considerare come una diminuita capacità di abilità motorie fini tipica dello stato cardiaco fra i 115 e i 145 bpm; segnalo però che, anche grazie alla Glock, predisposta ad uno uso grossolano, e grazie alle tecniche di uso difensivo tese alla sostanza esecutiva ed efficacia finale da me utilizzate, ho perso via via la sensazione di handicap alle mani (forse anche complice l’accaloramento che il metabolismo accelerato generava col tempo). Certo è che una volta in più mi son reso conto che se avessi dovuto chiudere il carrello con l’hold open anziché “a mano” avrei perso tempo prezioso. 1. Tiro da fermo con estrazione concealed, due colpi ogni voltaPrima dell'esercizio:Ossimetria 95/ Battito Cardiaco72 2. Dopo 3 min. ho ripetuto l’esercizioPrima dell'esercizio:Ossimetria 97/ Battito Cardiaco73 3. da fermo in posizione SUL frontale, 2 colpi ogni voltaPrima dell'esercizio:Ossimetria 95/ Battito Cardiaco73 4. da fermo in posizione SUL, 1 colpo ogni volta, in testaPrima dell'esercizio:Ossimetria 95 / Battito Cardiaco 99 5. in movimento clock walk “ad ore 7”, con estrazione concealedPrima dell'esercizio:Ossimetria 95 / Battito Cardiaco 100 6. in movimento clock walk “ad ore 5” sia ad una mano che due, con estrazione concealed.Prima dell'esercizio:Ossimetria 94 / Battito Cardiaco 100 7. in movimento clock walk “ad ore 1”, con estrazione concealedPrima dell'esercizio:Ossimetria 94 / Battito Cardiaco 111 8. in movimento clock walk “ad ore 7”, con estrazione concealed.Prima dell'esercizio:Ossimetria 94 / Battito Cardiaco 112 NOTEdurante lo svolgimento degli esercizi 5-6-7-8 ho notato, tentando si spingere al massimo la velocità di esecuzione, un indubbio deterioramento della fluidità del movimento per l’estrazione, dovuto ad un non più perfetto scostamento del giubbotto (un 5.11) ed una non perfetta presa dell’arma: quando si “tira via” le cose non vengono mai bene! più si vuole tirare via più le cose vengono peggio. Quando si ha paura molto probabilmente, secondo quanto dice Grossman, la fretta generata dalla nostra fisiologica richiesta al corpo di “fare presto per eliminare quanto prima la minaccia”, creerà degli intoppi, che solo un intenso allenamento che ci possa portare all’autoplay, potrà evitare al massimo. In effetti, restando nei 2” medi di esecuzione delle singole serie, nessun errore di esecuzione ha inficiato l’efficacia finale dell’azione. CONCLUSIONIIntanto ripeto che questo esperimento estemporaneo non ha velleità di completezza e scientificità, ma comunque alcuni spunti di riflessione me li ha forniti:
(*) “ON COMBAT. Psicologia e fisiologia del combattimento in guerra e pace.”. Trad. Comolli, Ediz. Libr. Militare, 2009, Milano.
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Dopo la lettura del libro ON COMBAT di Dave Grossman* (che tante utili informazioni fornisce circa quello che succede “quando succede” nel nostro corpo e che consiglio di leggere per una migliore comprensione di questa relazione), ho voluto iniziare a verificare, nei limiti delle mie possibilità, quello che possa veramente alterarsi in noi durante un impiego estremo di un’arma in contesti in cui sia chiara la percezione del pericolo imminente di vita. Ho voluto quindi cercare di ricreare, al massimo delle possibilità ambientali, un ipotetico scenario di uso difensivo dell’arma così come in genere facciamo in poligono o come ci viene ricreato durante lo svolgimento dei normali corsi più o meno pretesamente operativi svolti presso TSN o cave, ecc.
Ora: il libro di Grossman fornisce interessanti punti fermi quali le alterazioni fisiologiche legate ed espresse dall’aumentata frequenza cardiaca in rapporto di feedback continuo: le alterazioni ambientali (paura, stress indotti dall’aggressione) inducono ad una alterazione cardiaca e l’alterazione cardiaca induce alterazioni funzionali anche di grande entità sotto il profilo della capacità al compimento dei movimenti fini (come p. es. usare la leva di hold open) e movimenti complessi (p.es. coordinamento del movimento e tiro, estrazione e movimento, cambio caricatore e movimento, ecc.).





Commenti
Per fortuna non mi sono mai trovato ad essere in pericolo perché minacciato da qualcuno che impugnava un’arma, ma posso dire che pur frequentando da anni i poligoni e praticando soft air agonistico da molto tempo, ancora oggi le sensazioni e l’adrenalina che si provano quando ci si trova ,nel corso di una gara e magari di notte, a dover bonificare un edifico sapendo che ci sono forze ostili all’interno, è qualche cosa di unico sul fronte emotivo .
Effettivamente la sensazione è quella di un repentino aumento dei battiti cardiaci e sicuramente si può avere perdita di lucidità, fenomeno questo che si evidenzia se si deve svolgere un compito sotto la minaccia di un avversario, ad esempio risolvere un quesito, decifrare un codice, consultare un computer, tutte operazioni apparentemente banali ma che in queste condizioni spesso richiedono un impegno ed una concentrazione che talvolta sembrano eccessive.
E tutto questo lo si prova, come posso confermare, non sotto una reale minaccia di vita ma sono col il pericolo di prendersi qualche pallino di plastica che al più fa bruciare un po’ la pelle per la breve distanza da cui viene esploso.
Come detto attendo con curiosità i prossimi esiti e rilievi strumentali.
Daniele
Ma la diminuzione di ossigenazione al cervello e lo stress da affaticamento sia contro bersagli che durante un force on force, è abbastanza valido come metro di giudizio per esperimenti del genere.Almeno a mio parere.
... la mia supposizione relativa al fatto che la paura di morire unita magari alla vista di un'arma sparante verso di te direzione o quella ben poco rassicurante di una lama risulti un attimino diversa da quella relativa al semplice esercizio fisico prima di sparare o dalla paura di venire colpiti da un pallino da soft air nasce da una semplicissima constatazione...
...in genere la quasi totalita' degli scontri a fuoco avviene entro i tre metri e nella realta' mediamente il numero dei colpi a segno va dal 25 al 50% dei colpi esplosi...a tre metri non manco un colpo su un bersaglio di grandezza umana nemmeno dopo avere corso i miei 10 chilometri giornalieri e sparando come un minigun anche ora dopo 5 anni che non frequento alcun poligono...
...ed anche da un altro fatto...il senso che tutto stia andando al rallentatore e che si stia assistendo dal di fuori a quel che accade nella realta' l'ho provato in prima persona...ma non in uno scontro a fuoco...in un'occasione capitatami tanti anni fa(..estate 1995..) evitando un incidente automobilistico ...mai piu'(..per fortuna..)..seppure occasioni di stress emotivo ve ne sono nel corso di una vita...sebbene non legate alla possibilita' di perdere la vita...
l'episodio dell'incidente stradale mi è capitato anche a me in gioventù e lo uso anch'io proprio per far capire agli allievi il concetto delle alterazioni cui tratta Grossman
un sorridente saluto (dato che le faccine qui non si possono inserire)..
Ciao