Licenze in materia di armi, facoltà e limiti

1 1 1 1 1 Valutazione 4.79 (34 Voti)

ico100_leggi.gif Com’è noto, l’art. 42 del T.U. delle leggi di Pubblica Sicurezza (R.D. 18 giugno 1931 n. 773) stabilisce:
“Il Questore ha facoltà di dare licenza per porto d’armi lunghe da fuoco e il Prefetto ha facoltà di concedere, in caso di dimostrato bisogno, licenza di portare rivoltelle o pistole…..”
Il tenore letterale delle norme richiamate è piuttosto chiaro.Possono “portare” armi da fuoco (lunghe e/o corte) SOLTANTO coloro i quali hanno uno specifico titolo di Polizia. In assenza di specifico titolo si concretizza il reato di “porto abusivo”. (art. 699 c.p.).

Quindi, per sintetizzare al massimo: chi ha il porto di armi lunghe (tipico il porto d’armi per “uso caccia”) NON è autorizzato a portare armi corte. La legge in proposito, così come applicata pacificamente per granitica giurisprudenza, è rigida e chiara.
Tant’è che al porto abusivo d’armi è assimilato quello di PARTI di armi. (art. 2 L. 895/67; Cfr. Cass. 30 marzo 1978, n. 3530).

Tuttavia, ferme restando le limitazioni sul “porto”, la legge sulle armi dà maggiori facoltà a coloro ai quali riconosce i titoli sopra indicati.In particolare, l’art. 35 del T.U. del 1931, consente ai titolari di porto d’armi l’acquisto di armi altrimenti vietato ai privati se privi di specifico nulla Osta del Questore.

Si noti bene: il titolare di qualsiasi porto d’armi è autorizzato ex lege all’acquisto di ogni arma regolarmente in commercio.
L’acquisto, consente, in via di conseguenza immediata e diretta il trasporto fino al domicilio. Quindi, per tornare all’esempio sopra riportato, il titolare di licenza di caccia può acquistare, senza preventivo N.O. del Questore, un revolver.

Resta, per lui, ovviamente, l’obbligo di immediata denunzia all’ufficio di PS (art. 38 T.U.) così come restano immutati tutti gli altri adempimenti quali la diligente custodia etc..

La particolare “valenza” dell’art. 35, tuttavia, riposa nel fatto che viene “scardinato”, sia pure limitatamente, il principio del divieto di “acquisizione” o se vogliamo di TRASPORTO di arma per chi non è munito di specifico titolo. Sull’argomento, è intervenuta, nel 1998 la Circolare del Ministero dell’Interno (pubblicata in G.U.R.I. n. 48 del 27 febbraio 1998), quanto mai chiara (e, purtroppo, non sufficientemente nota anche agli addetti ai lavori) che ha sancito, da un lato, la differenza tra “porto” e “trasporto” di armi precisando che per trasporto si intende il “trasferimento da un luogo ad un altro come OGGETTO INERTE E NON SUSCETTIBILE D’USO” e proseguendo, ha sancito, che i titolari di porto d’arma lunga (titolari di licenza di caccia e quelli di cui alla L. 323/1969 “tiro a volo”) possono TRASPORTARE TUTTE LE ARMI COMUNI DA SPARO.

A questo punto, ci si è chiesti: visto che il principio dell’assoluta rigidità delle norme in materia di porto è stata scalfita, e considerato, pure che altre norme consentono anche ai non titolati l’uso di armi (segnatamente agli iscritti ai poligoni TS) quali sono le facoltà, di fatto ed in concreto, concesse agli appassionati? Il dubbio è ricorrente e di assai difficile soluzione.

La “quaestio”, ovviamente, per restare al concreto, è limitata alle ipotesi di soggetto, non munito di idoneo titolo di polizia che, in circostanze di assoluta sicurezza, e senza che la condotta possa profilare “atteggiamento di caccia” né, integrare alcuna violazione di legge, voglia “sparare qualche colpo” di arma da fuoco (lunga e/o corta) al di fuori di un poligono. E’ il caso di chi, a titolo di esempio, munito di porto d’armi per “uso caccia”, voglia esercitarsi con una pistola, all’interno di un appezzamento di terreno, inaccessibile agli estranei, ben lontano da abitazioni e/o luoghi frequentati da persone e animali in alcun caso raggiungibili dal fuoco.

La questione, sotto il profilo della liceità (o, se si preferisce, della non illiceità) che interessa gli appassionati ben più di quanto possa immaginarsi, in realtà, sembra essere stata poco (e male) esaminata e peggio disciplinata. La giurisprudenza reperibile appare frammentaria, in parte datata e per certi aspetti contraddittoria.

Il dott. Mori, Magistrato di Cassazione, considerato uno dei massimi esperti in materia, nei suoi scritti, ha affrontato funditus la questione rimarcando, tuttavia, l’assenza di certezza in un campo dove, per contro, venendo in rilievo interessi di una certa importanza (trattasi di condotte sanzionabili penalmente) la certezza del diritto sarebbe quanto mai benvenuta. In particolare, l’autorevole studioso, nella sua opera, (“codice delle armi e degli esplosivi”; Piacenza, 2008, pagg. 1045 e ss) con un percorso logico giuridico per passaggi consequenziali ben articolati, così conclude:

“E’ perfettamente lecito a chiunque, di sparare con armi di ogni genere consentito, in suo possesso, o ricevute sul posto, in ogni luogo che non sia pubblico o aperto al pubblico. Quindi anche chi è privo di porto d’armi può:

  • sparare in un campo di tiro dinamico;
  • sparare in un campo di tiro a volo;
  • sparare in un poligono privato;
  • sparare in un luogo all’aperto che sia recintato in modo invalicabile e con chiaro divieto di accesso;

...può sparare in un luogo pubblico o aperto al pubblico, se è sotto il diretto controllo di persona idonea al maneggio delle armi la quale funge da istruttore.”

Lo stesso autore, tuttavia, si premura di precisare che il pensiero espresso (nell’ambito di un intervento, all’EXA del 2004) è frutto di autonomo e personale convincimento ma, non è asseverato da specifiche norme positive né da consolidata giurisprudenza. Inoltre, nella stessa opera citata, alle pagg. 967 e ss, il Mori, precisa che diversi Funzionari di P.S. (coloro ai quali è istituzionalmente conferita la facoltà di valutare, sia pure in prima battuta, la liceità di determinate condotte sotto il profilo penale) “storcono il naso” per non dire altro, di fronte alla possibilità di impiegare armi da fuoco al di fuori dei poligoni di tiro.
In realtà, come accennato, la giurisprudenza è “ondivaga” e, comunque, scarna.

Né, l’impianto normativo, stratificato in più disposizioni di legge tra esse disarmonicamente collegate, aiuta l’interprete.
E poiché, come detto, impugnare o sparare con un’arma vuol dire “portarla” è utile richiamare la legge sul “porto d’armi”.
L’art. 699 del codice penale così sancisce:

“Chiunque, senza licenza dell’autorità, quando la licenza è richiesta, porta un’arma, fuori dalla propria abitazione o delle appartenenze di esse, è punito con l’arresto fino a diciotto mesi”.

Successivamente, la L. 18 aprile 1975 n. 110/75, (scaturita nel periodo di emergenza terroristica” mentre, giova ricordarlo, l’art. 699 c.p. è del 1930) così stabilì all’art. 4

“…….non possono essere portati fuori dalla propria abitazione o delle appartenenze di esse, ARMI, mazze ferrate, o bastoni ferrati, sfollagente, noccoliere….”

Il nodo interpretativo da scogliere è, da un lato, quello relativo ai rapporti tra le due citate Fonti normative. E’ pacifico che l’art. 4 della L. 110/75 ha voluto restringere ancora di più la facoltà di portare armi. In pratica, le due norme, vietano, rispettivamente ed in maniera complementare di portare le armi fuori dalla propria abitazione e/o in un luogo pubblico o aperto al pubblico.

Al di là delle specifiche differenze lessicali, entrambe, espressis verbiis, sanciscono il divieto di “PORTARE” e, quindi, di “IMPIEGARE” o, se si vuole con termine meno tecnico, di “sparare” armi fuori dalla propria abitazione o delle pertinenze di essa.
Si cita, per quanto appaia superfluo, in proposito, la sentenza della S.C. n. 3952 della sez. I penale, del 21 marzo 1980. Sicchè le tesi improntate ad un certo favor e comunque quelle più “vicine” alle aspettative degli oplofili subiscono un certo ridimensionamento.

Secondo l’orientamento più restrittivo, stricto iure, se non si è titolari di specifico “porto” non si potrebbe usare/portare un’arma fuori dalla propria abitazione o dalle pertinenze di essa avendo cura di precisare che tale concetto, deve rilevarsi secondo il criterio civilistico. (Cfr. Cass. Pen sez I, 26 aprile 1983 n. 3589. Conforme, Cass. Sez. VI Penale, 13 dicembre 1975 n. 12091. Nello stesso senso: Cass. Sez. V, 4 dicembre 1980 n. 12486, la quale ultima decisione ha escluso che costituiscano appartenenze di una singola abitazione le scale comuni di un edificio condominiale. (e si veda, pure, in argomento, Cass. Sez I, 18 maggio 1983 n. 4490). In tema, la giurisprudenza appare orientata su criteri rigidi.

E’ stato, ad esempio, considerato “abusivo” il porto di un fucile da caccia in un fondo colonico poiché, a dire dei Giudici di legittimità, sono riconosciuti come appartenenze di una casa colonica il cortile o il giardino recintati o l’aia antistante in quanto “destinati a completarla” ma NON il fondo agricolo sul quale la casa insiste in quanto destinato dal coltivatore alla produzione di beni economici e non già al completamento dell’abitazione” . (Cass. Sez. VI, 13.12.1974 n. 9870). Ed ancora: “E’ esclusa la qualità di privata dimora ad un’officina utilizzata per lavoro; sez. VI, 28 giugno 1975 n. 7189; ad un locale annesso ad un distributore di benzina anche se non molto distante dall’abitazione del gestore: Cass. Sez. VI, 8 giugno 1973 n. 1122).
Addirittura, si è ritenuto applicabile l’art. 699 c.p. per il caso di porto d’arma comune con licenza valida per la quale, tuttavia, non sia stata pagata la relativa tassa annuale di concessioni governative. (Cfr. Cass.sez. I, 17 febbraio 1987 n. 1749).

E gli esempi non mancano. Tutto ciò per precisare che, in effetti, non appare irragionevole (per quanto sgradito agli appassionati) attestarsi su posizioni di prudenza nel valutare la possibilità di sparare fuori dai poligoni. Ed in proposito, è appena il caso di osservare che è stata intenzionalmente omessa la parola “TSN” poiché l’uso di armi non dovrebbe essere vietato nei cc.dd. poligoni privati. E’ stata, negli ultimi tempi, superata una certa “resistenza” nel riconoscere a teli strutture, piena diritto di ….cittadinanza.

In proposito, giova osservare che lo stesso Ministero dell’Interno ha sancito i requisiti per l’apertura dei poligoni privati. (Cfr. Circolare 557/Pas.5899-10089 del 19 aprile 2006). Requisiti, da ultimo riconosciuti, a seguito di annoso contenzioso giudiziario, ad una struttura non TSN del palermitano e come tale soggetto a particolari controlli di P.S. in quanto operante in un territorio particolarmente esposto a fenomeni criminogeni.

Quindi, per concludere:

  • Ragioni di prudenza ed il quadro normativo e giurisprudenziale, non consentono di ritenere immune da censure l’uso –sia pure con l’adozione di tutte le cautele in materia di sicurezza e rispetto delle norme venatorie- di armi al di fuori dei poligoni di tiro come tali riconosciuti.
  • Tutto ciò, peraltro, nel convincimento che un mutato orientamento potrebbe scaturire dall’Autorità qualora fossero tenute nella dovuta considerazione le autorevoli opinioni espresse dagli studiosi sopra citati e, soprattutto, se si tenesse a mente l’elementare imprescindibile concetto di civiltà giuridica che stabilisce che tutto ciò che non è espressamente vietato, in un Paese civile, è lecito.
 

Tags: Legge

Stampa Email